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"Hay una sola
aspirina del alma
y es el amor"
Mario Benedetti

Persone del dialogo L’uomo dal fiore in bocca N. B. - Verso la fine, ai luoghi indicati, sporgerà due volte il capo dal cantone un’ombra di donna, vestita di nero, con un vecchio cappellino dalle piume piangenti. Si vedranno in fondo gli alberi d’un viale, con le lampade elettriche che traspariranno di tra le foglie. Ai due lati, le ultime case d’una via che immette in quel viale. Nelle case a sinistra sarà un misero Caffè notturno con tavolini e seggiole sul marciapiede. Davanti alle case di destra, un lampione acceso. Allo spigolo dell’ultima casa a sinistra, che farà cantone sul viale, un fanale anch’esso acceso. Sarà passata da poco la mezzanotte. S’udrà da lontano, a intervalli, il suono titillante d’un mandolino. Al levarsi della tela, l’Uomo dal fiore in bocca, seduto a uno dei tavolini, osserverà a lungo in silenzio l’Avventore pacifico che, al tavolino accanto, succhierà con un cannuccio di paglia uno sciroppo di menta. L’uomo dal fiore: Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è... Ha perduto il treno? Pausa Dicono tutte che non avranno bisogno di niente. L’avventore: Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione; me ne sono andato a cenare in trattoria; poi, per farmi svaporar la stizza, a teatro. Si crepava dal caldo. All’uscita, dico, che faccio? Sono già le dodici; alle quattro prendo il primo treno; per tre orette di sonno, non vale la spesa. E me ne sono venuto qua. Questo caffè non chiude, è vero? Pausa E così, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione? Pausa Eh, ben legati, me l’immagino: con quell’arte speciale che mettono i giovani di negozio nell’involtare la roba venduta... Pausa Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rossa, levigata... ch’è per se stessa un piacere vederla... cosi liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza... La stendono sul banco e poi con garbo disinvolto vi collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben piegata. Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l’altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di più per amore dell’arte; poi ripiegano da un lato e dall’altro a triangolo e cacciano sotto le due punte; allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legare l’involto, e legano cosi rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d’ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito. Pausa Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio... Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista... immaginando... - uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un’idea. Pausa. - Poi, cupo, come a se stesso: Ma mi serve. Mi serve questo. Pausa Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: - aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri... - ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire... sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. - Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sì... Pausa Ci ha fatto attenzione? Divano di stoffa scura, di foggia antica... quelle seggiole imbottite, spesso scompagne... quelle poltroncine... E` roba comprata di combinazione, roba di rivendita, messa lì per i clienti; non appartiene mica alla casa. Il signor dottore ha per sé, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto, ricco, bello. Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel salotto portata qua nella sala dei clienti a cui basta questo arredo cosi, alla buona, decente, sobrio. Vorrei sapere se lei, quando andò con la sua figliuola, guardò attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette seduto, aspettando. L’avventore: Io no, veramente... Pausa Ma neanche i malati spesso ci badano, compresi come sono del loro male. Pausa Eppure, quante volte certuni stanno li intenti a guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su cui stan seduti! Pensano e non vedono. Pausa Ma che effetto fa, quando poi si esce dalla visita, riattraversando la sala, il rivedere la seggiola su cui poc’anzi, in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo seduti! Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch’esso col suo male segreto; o là, vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a occuparla. Pausa Ma che dicevamo? Ah, già... I1 piacere dell’immaginazione. - Chi sa perché, ho pensato subito a una seggiola di queste sale di medici, dove i clienti stanno in attesa del consulto! Pausa Ma è che certi richiami d’immagini, tra loro lontane, sono cosi particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze cosi singolari, che l’uno non intenderebbe più l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più illogico, spesso, di queste analogie. Pausa Ma la relazione, forse, può esser questa, guardi: - Avrebbero piacere quelle seggiole d’immaginare chi sia il cliente che viene a sedere su loro in attesa del consulto? che male covi dentro? dove andrà, che farà dopo la visita? - Nessun piacere. E cosi io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse sono là, povere seggiole, per essere occupate. Ebbene, è anche un’occupazione simile la mia. Ora mi occupa questo, ora quello. In questo momento mi sta occupando lei, e creda che non provo nessun piacere del treno che ha perduto, della famiglia che lo aspetta in villeggiatura, di tutti i fastidi che posso supporre in lei. Pausa C’è chi ha di peggio, caro signore. Pausa Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma cosi, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi... anzi... per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla. Con cupa rabbia: E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempi continui, a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è cosi sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. I1 sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. I1 gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua... a queste noje... a tante stupide illusioni... insulse occupazioni... Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza... questa che ora qua è una noja... e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura... sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà... che gusto, queste lagrime... E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla... specialmente quando si sa che è questione di giorni. . A questo punto dal cantone a destra sporgerà il capo a spiare la donna vestita di nero. Ecco... vede là? dico là, a quel cantone... vede quell’ombra di donna? - Ecco, s’è nascosta! Pausa Ciò che quella donna sta soffrendo per me, lei non se lo può immaginare. Non mangia, non dorme più. Mi viene appresso, giorno e notte, così, a distanza. E si curasse almeno di spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti. - Non pare più una donna, ma uno strofinaccio. Le si sono impolverati per sempre anche i capelli, qua sulle tempie; e ha appena trentaquattro anni. Pausa Mi fa una stizza, che lei non può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia: - Stupida! - scrollandola. Si piglia tutto. Resta li a guardarmi con certi occhi... con certi occhi che, le giuro, mi fan venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla. Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi a distanza. Di nuovo a questo punto, la donna sporgerà il capo. Ecco, guardi... sporge di nuovo il capo dal cantone. si alzerà. caro signore, ecco... venga qua... lo farà alzare e lo condurrò sotto il lampione acceso. qua sotto questo lampione... venga... le faccio vedere una cosa... Guardi, qua, sotto questo baffo... qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo... più dolce d’una caramella: - Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma... La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto: - «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!» Pausa Ora mi dica lei, se con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e quieto, come quella disgraziata vorrebbe. Pausa Le grido: - Ah sì, e vuoi che ti baci? - «Sì, baciami» - Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l’altra settimana, s’è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m’ha preso la testa e mi voleva baciare... baciare in bocca... Perché dice che vuol morire con me. Pausa È pazza... Poi con ira: A casa io non ci sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io, ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché, lei capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro... lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco... cavare la rivoltella e ammazzare uno che come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno... Riderà. No no, non tema, caro signore: io scherzo! Pausa Me ne vado. Pausa Ammazzerei me, se mai... Pausa Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia lei? con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo... come due labbra succhiose... Ah, che delizia! Riderà. - Pausa Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura. Pausa Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra... Pausa E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. - All’alba, lei può fare la strada a piedi. - I1 primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò. Pausa Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando. Riderà. Poi: Buona notte, caro signore. E s’avvierà, canticchiando a bocca chiusa il motivetto del mandolino lontano, verso il cantone di destra; ma a un, certo punto, pensando che la moglie sta li ad aspettarlo, volterà e scantonerà dall’altra parte, seguito con gli occhi dal pacifico avventore quasi basito.
Un pacifico avventore
L’avventore: Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.
L’uomo dal fiore: Poteva corrergli dietro!
L’avventore: Già. E` da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non avessi tutti quegli impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini... Più carico d’un somaro! Ma le donne - commissioni... commissioni... - non la finiscono più. Tre minuti, creda, appena sceso di vettura, per dispormi i nodini di tutti quei pacchetti alle dita; due pacchetti per ogni dito.
L’uomo dal fiore: Doveva esser bello! Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.
L’avventore: E mia moglie? Ah sì! E le mie figliuole? E tutte le loro amiche?
L’uomo dal fiore: Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.
L’avventore: Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggiatura!
L’uomo dal fiore: Ma sì che lo so. Appunto perché lo so.
L’avventore: Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per risparmiare. Poi, appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, più brutto è, più misero e lercio, e più imbizzarriscono a pararlo con tutte le loro galanterie più vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto è la loro professione... - «Se tu facessi una capatina in città, caro! Avrei proprio bisogno di questo... di quest’altro... e potresti anche, se non ti secca (caro, il «se non ti secca») ... e poi, giacché ci sei, passando di là...» - Ma come vuoi, cara mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? - «Uh, ma che dici? Prendendo una vettura...» - Il guajo è che, dovendo trattenermi tre ore sole, sono venuto senza le chiavi di casa.
L’uomo dal fiore: Oh bella! E perciò?
L’uomo dal fiore: Non chiude, nossignore.
L’avventore: Perché me lo domanda? Non vi stanno forse sicuri? Erano tutti ben legati...
L’uomo dal fiore: No, no, non dico!
L’avventore: Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio.
L’uomo dal fiore: Io? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta... quel bordatino... quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo.
L’avventore: Le serve? Scusi... che cosa?
L’uomo dal fiore: Attaccarmi cosi - dico con l’immaginazione - alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata.
L’avventore: Sì, perché... dico, deve essere un bel piacere codesto che lei prova, immaginando tante cose...
L’uomo dal fiore: (con fastidio, dopo averci pensato un po’). Piacere? Io?
L’avventore: Già... mi figuro...
L’uomo dal fiore: Mi dica un po’. E` stato mai a consulto da qualche medico bravo?
L’avventore: Io no, perché ? Non sono mica malato!
L’uomo dal fiore: Non s’allarmi! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per essere visitati.
L’avventore: Ah, sì. Mi toccò una volta d accompagnare una mia figliuola che soffriva di nervi.
L’uomo dal fiore: Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale...
L’uomo dal fiore: Eh già; perché non era malato..
L’avventore: Già... veramente...
L’uomo dal fiore:. Non vede la relazione? Neanche io.
L’avventore: Uh, tanti, sa!
L’uomo dal fiore: Ringrazii Dio, se sono fastidi soltanto.
L’avventore: Come ? Chi. . . chi era ?...
L’uomo dal fiore: Non l’ha vista? S’è nascosta.
L’avventore: Una donna?
L’uomo dal fiore: Mia moglie, già.
L’avventore: Ah! la sua signora ?
L’uomo dal fiore: (dopo una pausa). Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda, d’andarla a prendere a calci. Ma sarebbe inutile. E` come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che più lei le prende a calci, e più le si attaccano alle calcagna.
L’avventore: Povera signora!
L’uomo dal fiore: Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch’io me ne stessi a casa, quieto, tranquillo, a coccolarmi in mezzo a tutte le sue più amorose e sviscerate cure; a godere dell’ordine perfetto di tutte le stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c’era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola del salotto da pranzo. - Questo vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l’assurdità... ma no, che dico l’assurdità! la màcabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede possibile che le case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di li a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene tranquille sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale. Case, perdio, di pietra e travi, sene sarebbero scappate! Immagini i cittadini di Avezzano, i cittadini di Messina, spogliarsi placidi placidi per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, mettere le scarpe fuori dell’uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti. - Le sembra possibile?
L’avventore: Ma forse la sua signora...
L’uomo dal fiore: Mi lasci dire ! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso... Lei passa per via; un altro passante, all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: «Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso ». E con quelle due dita protese, la piglia e butta via... Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l’hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano quieti e tranquilli a ciò che faranno domani e doman l’altro. Ora io,

"Quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.
Ma che la baciai questo si lo ricordo
con il cuore ormai sulle labbra.."
"Dando un profundo suspiro, me contestó: “Busco flores y no las encuentro.” “Lo creo—repuse sonriendo—; ahora no es tiempo de flores.” “Hay muchas—añadió, acercándose a mí—. En mi jardín tengo rosas y dos especies de madreselvas... Una me la regaló mi padre; ésta crece con la rapidez que los hierbajos, y, sin embargo, hace dos días que busco una y no la encuentro. También aquí hay flores en todo tiempo: las hay amarillas, azules, rojas... y hay centenares que son unas florecillas muy lindas. Pues en vano las busco, no encuentro una siquiera.”

É meglio una piccola veritá
che una grande bugia.
Galileo Galilei

“Si fermó all’improvviso e si passó la mano sulla fronte quasi a scacciar via la tensione accumulata durante gli ultimi giorni.Una brezza fresca e leggera giunse a rasserenare i pensieri e a rinvigorire le parole.Disse: -cosa fai stasera?-..lo sguardo fisso nei suoi occhi, eloquente e deciso. Dall’altra parte del cancello, al di lá dell’inferriata ossidata e arrugginita, una voce dolce musicó l’intorno-Vengo da te e facciamo l’amore tutta la notte- Occhi che scrutano occhi, scambi di pensieri silenziosi..l’appuntamento era fissato. Anche gli ioni del metallo si liberarono dal legame che li teneva stretti e iniziarono a danzare nell’aria. E la luna fece capolino.”

« ...il mare la ricinge quasi d'abbraccio amoroso ovunque l'Alpi non la ricingono: quel mare che i padri dei padri chiamarono Mare Nostro. E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa in quel mare Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole dove natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d'anime parlan d'Italia » G. Mazzini | |

"Siempre imaginé que el Paraíso
sería algún tipo de biblioteca."
Jorge Luis Borges

"Ciò che è, e ciò che non è spiegato dalla scienza."

"Siempre
ando
a contramano
por la calle
del deseo"

" Everything is everywhere,but,
the environment selects"
Baas Becking and Beijerinck, 1934.

"Quant'è bella giovinezza,
Che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, Sia:
Di doman non c'é certezza!"
Lorenzo de' Medici, Canti Carnascialeschi, Canzona di Bacco
"La felicitá? - disse il bell' uccello e rise con il suo becco dorato, -
la felicitá, amico, é ovunque,sui monti e nelle valli,nei fiori e nei cristalli"
H.Hesse.
Tulipani dall'Olanda..
Una leggenda turca fa risalire l'origine del fiore alle gocce di sangue versate per amore da un giovane innamorato deluso. Il tulipano nel mondo orientale significa amore perfetto. In Occidente..Incostanza.

Para los que..el celebro le da la vuelta a todo. y no puedo pararlo.
Para los que.. maquinan en continuación, pero produciendo.
Para los que...están a tu lado en el cruzar toda la ciudad en bicicleta para ir a ver una buena peli, y descubrir una librería, y ponerse cómodos aunque las sillas no lo permitan.
Para los que de repente te regalan una mirada justo cuando la necesitas. Y el día te sabe mejor.
Para los que apuntan, y apuntan y apuntan..
Para los que..me encanta el viento.
Para los que...si, este plato está muy rico, pero quiero ver como se cocina.
Para los que...de repente tocan al timbre y suben con una botella de vino, que siempre hay algo que celebrar.
Para los que...por fin...el mercadillo.
Para los insatisfechos.
Para los que nunca dicen escriben piensan banalidades.
Para los que si no corren, vuelan.
Para los que...ha sido una suerte haberlos conocido.
Para los que llegas a casa y te invitan a jugar.
(Encontré el numero 3...pero no lo abriré hasta que sea el momento...)
Para los que leen esto y sonríen, por el español imperfecto, o por otras cosas, pero sonríen.

"Certe persone - ed io sono fra quelle -
odiano il lieto fine.
Ci sentiamo frodati.
Il dolore é la norma."
Vladimir Dimitrievich Nabokov

Por fin, empiezo a ver las cosas como son de verdad (y no como soy..).
Por fin...Veo.
"A ciasuno il suo"
"Quando le ragioni son forti come visioni,
dirle, é quasi disperderle."
VULGARE AMICI NOMINE, SED RARA EST FIDES

Abeti. Abeti a decorare il paesaggio. A plasmare l’animo e a riempirlo di verde. L’orizzonte si intravede tra il dolce dondolarsi delle foglie. Ed é giá vita. Al di lá della salita. É lí. La intravedo, piccola ed accogliente. Calda. Fa venir voglia di annullarcisi. Silenzio. Di quelli che parlano. Profonditá nel silenzio. Comprensione quasi. Sintonia. Empatia. Legame. Vento fresco si insinua nei pensieri fragili in balia di paure tanto lontane da non poterle afferrare. Un vortice di folli idee sfumate si accinge ad impadronirsi del momento che sta per terminare. Va via cosí come é arrivato. Senza dir nulla. Senza colpo ferire. Se non nell’intimo delle tue sensazioni. E sei ancora solo con te stesso. Ancora una volta. Come un’abitudine. Piccoli gesti e parole e sguardi si perdono ormai nel disequilibrio razionale che si approfitta di te e ti lacera dentro. E sei solo tu. É un invito fallito il tuo. Spaventato. Di ritorno. Ti riavvolgi. E ti richiudi. Riaprirsi solo nell’inganno di un fucile di bolle di sapone che scompaiono a prima vista e ti resta il ricordo del tatto. Ahi. Correre. Correre. Correre. Cadere. Rialzarsi e lasciarsi andare come in alta marea. Travolgente. E poi..e poi cedi al richiamo di tenerezza e ti sorprendi lucido a girovagare nei meandri della mente. Ancora una volta pensi ad altro. Vano il tentativo. Impossibile. Ritorni a correre a perdi fiato contro corrente. E va bene cosí. La giostra é impazzita e non sai come scendere. “Il mediatore fra cervello e mani é il cuore”. Rammenti. E vorresti gettarlo via dal treno e lanciarlo “nel regno dove buongiorno vuoldire buongiorno”. Urli sottovoce e fai finta di niente.

Ah de la vida...
"¡Ah de la vida!"... ¿Nadie me responde? En el Hoy y Mañana y Ayer, junto |
"Desde las diez a las once rezo algunas devociones, y desde esta hora a la de las doce leo en buenos y malos autores; porque no hay ningún libro, por despreciable que sea, que no tenga alguna cosa buena, como ni algún lunar el de mejor nota. Catulo tiene sus errores, Marcus Fabius Quintilianus sus arrogancias, Cicerón algún absurdo,Séneca bastante confusión; y en fin, Homero sus cegueras, y el satírico Juvenal sus desbarros; sin que le falten a Egecias algunos conceptos, a Sidonio medianas sutilezas, a Ennodio acierto en algunas comparaciones, y a Aristarco, con ser tan insulsísimo, propiedad en bastantes ejemplos. De unos y de otros procuro aprovecharme de los malos para no seguirlos, y de los buenos para procurar imitarlos. "

Irán-Irak-Francia, 2004.
Dirección y guión: Bahman Ghobadi.
Producción: Babak Amini, Hamid Karim Batin Ghobadi,Hamid Ghavami, Bahman Ghobadi.
Fotografía: Shahriar Assadi.
Montaje: Mustafa Kherqepush, Haydeh Safi-Yari.
Música: Hossein Alizadeh.
Elenco: Soran Ebrahim, Avaz Latif, Saddam Hossein Feysal, Hiresh Feysal Rahman, Abdol Rahman Karim.
98 minutos.

Obliquitá mutevoli.Mutevoli obliquitá.Disegnare circoli nell’aria, altalenarsi su un filo di stimolanti incertezze, quasi a sfiorare l’effimero riverbero di un sospiro ormai lontano. Camminare in diagonale e percepire un epicentro. Perdersi in inutili grovigli di pensieri che come pioggia d’estate giungono repentinamente a rinfrescare i neuroni. Sentire nell’aria le particelle danzanti, festeggiare con esse il miracolo del respiro e chiedersi come sia stato il primo. Socchiudere gli occhi e catapultarsi come una freccia scoccata da un arco su mari e monti d’altri tempi dove le idee sono eteree e la materia scompare nel tempo e nello spazio. E naufragare.

Io sono Gagarin.
Per primo ho volato,
e voi volaste dopo di me.
Sono stato donato
per sempre al cielo, dalla terra,
come il figlio dell'umanità.
In quell 'aprile
i volti delle stelle, che gelavano senza carezze,
coperte di muschio e di ruggine,
si riscaldarono
per le lentiggini rossigne di Smolensk
salite al cielo.
Ma le lentiggini sono tramontate.
Quanto mi è terribile
non restare che un bronzo, che un'ombra,
non poter carezzare né l'erba, né un bambino,
né far scricchiolare il cancelletto d'un giardino.
Da sotto la nera cicatrice del timbro postale
vi sorrido io
con il sorriso ch'è volato via.
Ma osservate bene cartoline e francobolli
e capirete subito:
per l'eternità
io sono in volo.
Mi applaudivano le mani dell'intera umanità.
La gloria tentava di sedurmi,
ma no, non c'è riuscita.
Sulla tetra mi sono schiantato,
quella che per primo ho visto tanto piccola,
e la terra non me l'ha perdonata.
Ma io perdono la terra,
sono figlio suo, in spirito e carne,
e per i secoli prometto
di continuare il mio volo
al di sopra al di sopra dei bombardamenti,
delle tele-radiomenzogne,
che la stringono con le loro volute,
al di sopra delle donnaccole che baldanzosamente
ballano lo streep-tease
per i soldati nel Vietnam,
al di sopra della tonsura
del frate
che vorrebbe volare, ma è imbarazzato dalla sottana,
al di sopra della censura
che nella sua tonacaccia, inghiottì in Spagna le ali dei poeti...
C'è chi
è in volo
nel simun vorticoso di stelle.
C'è chi
si dibatte
nella palude da se stesso voluta.
Uomini, o uomini
ingenui spacconi,
pensate: non vi fa paura
alzarvi dal Capo che porta il nome dell'uomo che avete ucciso?
Vergognatevi di questo baccano da mercato!
Voi siete gelosi,
rapaci,
vendicativi.
Come potete cadere tanto in basso se volate tanto in alto?!
Io sono Gagarin, figlio della Terra,
figlio dell'umanità:
sono russo, greco e bulgaro,
australiano e finlandese.
Vi incarno tutti
col mio slancio verso i cieli.
Il mio nome è casuale,
ma io non sono stato per caso.
Mentre la terra s'insozzava
di vanità e di peccato,
il mio nome cambiava,
ma l'anima no.
Mi chiamavano Icaro.
Giacqui nella polvere, nella cenere.
Mi aveva spinto verso il sole
il buio della terra.
La cera si sciolse, spargendosi qua e lа.
Caddi senza salvezza,
ma un pizzico di sole
rimase stretto nella mia mano.
Mi chiamarono servo.
La rabbia mi pesava sulla schiena
mentre, ritmando il tempo con le mani e coi piedi,
danzavano sul mio corpo.
Io caddi sotto le bastonate,
ma, maledicendo la servitù,
mi costruii delle ali coi bastoni
dei miei torturatori!
Ad Odessa fui Utockin.
Fece uno scarto il duca,
quando al di sopra dei suoi pantaloncini a piffero
si levò un cavallo volante.
Sotto il nome di Nesterov
girando sopra la terra,
feci innamorare la luna
col mio giro della morte.
La morte fischiava sulle ali.
И una virtù disprezzarla
e con Gastello imberbe
mi gettai in volo sul nemico.
E le ali temerarie
ardendo come un rogo, hanno protetto,
voi che foste allora ragazzi,
Aldrin, Collins, Armstrong.
E, sicuro della speranza
che gli uomini sono un'unica famiglia,
dell'equipaggio di Apollo
invisibile io ero.
Mangiammo dai tubetti,
avremmo brindato in viaggio
come sull'Elba,
ci abbracciammo sulla Galassia.
Il lavoro procedeva senza scherzi.
Era in gioco la vita
e con lo stivale di Armstrong
io scesi sulla Luna.
1969
Evgenij A. Evtusenko


Semel in anno licet insanire
..una volta all'anno é lecito impazzire...
"A volte penso mi piacerebbe vivere dentro un rebus…".
"Perché non è cosi'?
Non viviamo tutti dentro un rebus?".
(Vittorio Gassman e Catherine Deneuve in "Anima persa")

“É di enorme importanza mostrare al mondo che pochi uomini di prim’ordine non hanno paura di esprimere la loro opinione.”
Charles Darwin - 12 Febbraio 1809 - 19 Aprile 1882.
Una volta lasciavo scorrere le parole libere, senza limiti.Una volta giocavo a nascondino fuori casa, cercando dei posti che solo io potevo scegliere in mezzo a tanti...e mi piaceva rimanere nascosta mentre una voce, un corpo, mi cercava. Ricordo che a scuola mi affascinava l’atteggiamento di quel Professore, quando si allontanava da tutti noi alunni e si dirigeva vicino alla finestra a fumarsi una sigaretta osservando noialtri, o meglio le spalle di noialtri, come regista di un film che si ha in testa. O forse solo per controllarci. Si. Sempre si ha un film da girare in testa. Talvolta tutto mi sembra un film. Talvolta a tutti, tutto sembra un film. Improvvisamente mi sfiorano delle immagini del passato che ho lasciato. E in qualche modo ritornano. Basta un fiume, una spiaggia, un tramonto, un sorriso o uno sguardo. Mi vedo piccola errare tra la gente. Che non capisco e a volte nemmeno ci provo. Mi piacerebbe abbandonarmi al suono, a quel suono, a quel fruscio. E la scorgo dentro, in qualche parte dentro, non so dove.La paura.Quella che ti divora all’improvviso in un qualsiasi giorno di sole. Quella stessa che sai di avere e che ti dici che prima o poi andrá via.Chissá in quale parte eterocromatinica di quale cromosoma si trova il suo gene. E ti ritrovi a pensare se poi siamo reali o no.O se é tutto un attimo.Eterno.Etereo.Costante.Impassibile.Immobile.Mutevole.Fermo.Unico.Contraddizioni..Mi sono sempre piaciute.Eppure basterebbe solo uno sguardo.Uno.Avere il coraggio di vedere. Guardare. Vedere. Cercare quello sguardo tra tanti. Prenderlo e metterlo al riparo. Da tutti e da tutto. Lí proprio lí.Relativismo esistenziale.Voglia di andare e nello stesso tempo di restare. Voglia di perdersi e ritrovarsi. Voglia di piangere e di ridere nello stesso identico momento. Gioco di parole. Vento che se le porta via. Le parole. Vento. Portami via nel vortice di meraviglie da scoprire. Gioco ma non mi muovo. Mi muovo e rimango ferma. Pensieri in balia di alcool spento, svuotato del prinicipio che brucia. Mi abbandono. Mi lascio cadere nel vuoto e percepisco la bellezza. Un prato verde, erba fresca. Piedi nudi. Si cammina. Vorrei urlare. Urlo. Taccio. É forse l’eco piú bella della voce da essa riprodotta? A nessuno sguardo é concesso disperdersi nell’aria. Ossigeno. Molecole. Chimica. Il lento scorrere dei secondi senza vita mi attanaglia al feroce desiderio di trasformazione. Di una reazione senza dispendio energetico. Come se fosse legge naturale. E plasmo quasi con stupore ogni lieve sussurro di vita in un fiore. Ci sono fiori che non bisogna cogliere. Ci sono fiori che nascono dal letame. Ci sono fiori. E ci sono spine. Vorrei perdermi nel mare. Nuotare con gli occhi semichiusi. Sentirmi leggera. Incontrare un pesciolino e chiedergli se é poi vero che ha paura degli squali quando é solo. Mi stupisce la natura delle cose e nelle cose. Mi stupisce la sintonia, l’armonia di colori e sfumature. Una matita. Un foglio bianco. La linea retta non esiste piú. É scivolata via nel buco inspiegabile della tasca dei pantaloni. Nella quarta dimensione. Mi sovvien l’eterno, le morte stagioni, la presente e viva e il suon di lei. Primavera vieni a prendermi e portami via. Io ti aspetto con calma. Assaporo attimi. Mangio il tempo e non ho fame. Fuggo e sono ferma. Vado e torno. C’é. Quella sensazione di pienezza. Di completezza. Di complementarietá. Di calore.Sempre.Dietro la porta. Chiusa a chiave. Una musica mi porta via lontano. Derive musicali. Ascolto gli strumenti uno per uno e poi tutti insieme. E sono felice ogni giorno di piú. Ascolto. Vedo. Sento. Piango. Sorrido. Rifletto.Sbaglio.Mi perdo.Mi ritrovo.Cambio.Mi trasformo. Mi raggomitolo e dormo. Mi sveglio. Guardo la luna e ci vedo un volto...occhi bocca naso sguardo, lassú in alto. Cadon giú lacrime di gioia. Qualcuno o qualcosa mi dice che questo é il mio cammino. Disfo le valige nella testa, metto su la musica del dna che é nel mio corredo cromosomico e continuo ad ascoltar..mi...
Nella notte tra l'1 ed il 2 Novembre 1975, trentuno anni fa, Pier Paolo Pasolini venne ucciso in maniera brutale: battuto a colpi di bastone, venne travolto ripetutamente con la sua auto sulla spiaggia dell'idroscalo di Ostia, vicino a Roma. L'omicidio fu attribuito ad un "ragazzo di vita" romano, Pino Pelosi, di soli diciassette anni, che prontamente si dichiarò unico colpevole. Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio in concorso con ignoti e nel dicembre del 1976, con sentenza della Corte d'Appello, venne confermata la condanna.
Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un'intervista televisiva affermando di non essere stato l'autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone. Non ha detto i nomi di questi presunti assassini, asserendo solo che essi avevano un accento siciliano. Ha aggiunto, inoltre, che il motivo per cui ha celato questa sua verità risiederebbe nel fatto di aver temuto per l'incolumità della propria famiglia.
Le circostanze della morte di Pasolini non sono ancora state chiarite. Contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida, un possibile intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti gli amici più intimi di Pasolini (particolarmente Laura Betti) – lasciano aperte le porte a più di un dubbio.
Sue riflessioni e parole...
"Il corpo: ecco una terra non ancora colonizzata dal potere"
"Sono sereno, anzi, in preda a un'avida e dionisiaca allegrezza"
Sulla politica...
"L’altro è sempre infinitamente meno importante dell’io ma sono gli altri che fanno la storia"
Sui giovani sessantottini...
Sulla denuncia..
"Questa è una cattiveria, che, a colui che ne è colpito, dà un profondo dolore: gli dà il senso di un mondo di totale incomprensione, dove è inutile parlare, appassionarsi, discutere; gli dà il senso di una società dove per sopravvivere, non si può che essere cattivi, rispondere alla cattiveria con la cattiveria...Certamente quello che devo pagare io è particolarmente pesante, delle volte mi dà un vero e proprio senso di disperazione, ve lo confesso sinceramente"
Sul cinema e la letteratura...
«Procedo parallelo per due binari speriamo verso nuove stazioni. Non ne inorridisca come fanno i letterati mediocri qui a Roma: ci senta un po' di eroismo.»
«La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile» (Alberto Moravia) | |
"La veritá non sta in un solo sogno ma in molti sogni" |

prendo in prestito la poesia che mi ha mandato un'amica che si, mi conosce...e che avevo giá letto,sempre grazie a lei..una presenza costante ed indiscutibilmente importante della mia vita.di nuovo grazie.
Anzitutto dipingere una gabbia
con la porticina aperta
dipingere quindi
qualcosa di grazioso
qualcosa di semplice
qualcosa di bello
qualcosa di utile
per l’uccello
appoggiare poi il quadro ad un albero
in un giardino
in un bosco
o in una foresta
nascondersi dietro l’albero
silenziosi
immobili…
A volte l’uccello arriva presto
ma può anche impiegare degli anni
prima di decidersi
Non scoraggiarsi
attendere
attendere se è il caso per anni
la rapidità o la lentezza dell’arrivo
non ha nessun rapporto
con la riuscita del quadro
Quando l’uccello arriva
se arriva
osservare il più profondo silenzio
aspettare che l’uccello entri nella gabbia
e quando è entrato
chiudere dolcemente la porta col pennello
poi
cancellare una dopo l’altra tutte le sbarre
avendo cura di non toccare nessuna piuma dell’uccello
Fare quindi il ritratto dell’albero
scegliendo il ramo più bello
per l’uccello
dipingere anche il verde fogliame e la frescura del vento
il pulviscolo del sole
e il fruscio delle bestie dell’erba nella calura estiva
e poi aspettare che l’uccello si decida a cantare
Se l’uccello non canta
è cattivo segno
segno che il quadro è sbagliato
ma se canta è buon segno
segno che voi potete firmare
Allora strappate con tanta dolcezza
una piuma all’uccello
e il vostro nome scrivete in un angolo del quadro

"Para alcanzar una meta,
es necesario algo mucho mas obvio
y fundamental que las zapatilla de deporte,la pista,
la cinta colorada que aguarda al final del camino:
lo primero es la certeza de llegar.
Ahí reside el verdadero esfuerzo,
el entranamiento de la voluntad que tiene lugar
en un gimnasio mas exigente y con menos espejos
que el de la calle de al lado.
Los limites no los impone la piel,
aunque sea cobarde y debil,
ni tampoco el pensamiento, que se extravia con facilidad:
solo el deseo cierra los mapas,
solo el tiene potestad para permitirnos
llegar mas lejos."

Si Sta Come, D'Autunno,
Sugli Alberi,
Le Foglie.
Ungaretti
Oggi É Mercoledi
Ed Io No.

inutile qualsiasi commento sul fantastico film...potrebbe anche sembrar banale..e noi la banalitá la si odia...
"Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci. Al mondo c'è posto per tutti. E la buona terra è ricca e in grado di provvedere a tutti.
La vita può essere libera e bella, ma noi abbiamo smarrito la strada: la cupidigia ha avvelenato l'animo degli uomini, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell'oca, verso l'infelicità e lo spargimento di sangue. Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi dentro. Le macchine che danno l'abbondanza ci hanno lasciato nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici; l'intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d'intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.
L'aereo e la radio ci hanno avvicinati. E' l'intima natura di queste cose a invocare la bontà dell'uomo, a invocare la fratellanza universale, l'unità di tutti noi. Anche ora la mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l'uomo a torturare e imprigionare gli innocenti. A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L'infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell'ingordigia umana: l'amarezza di coloro che temono la via del progresso umano. L'odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. E finché gli uomini non saranno morti la libertà non perirà mai.
Soldati! Non consegnatevi a questi bruti, che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Che vi istruiscono, vi tengono a dieta, vi trattano come bestie e si servono di voi come carne da cannone. Non datevi a questi uomini inumani: uomini-macchine con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore! Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l'amore per l'umanità! Non odiate! Solo chi non è amato odia! Chi non è amato e chi non ha rinnegato la sua condizione umana! (sic)
Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nell'uomo: non in un uomo o in un gruppo di uomini ma in tutti gli uomini! In voi! Voi, il popolo, avete il potere di rendere questa vita libera e bella, di rendere questa vita una magnifica avventura. E allora, in nome della democrazia, usiamo questo potere, uniamoci tutti. Battiamoci per un mondo nuovo, un mondo buono che dia agli uomini la possibilità di lavorare, che dia alla gioventù un futuro e alla vecchiaia una sicurezza.
Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Ma essi mentono! Non mantengono questa promessa. Né lo faranno mai! I dittatori liberano se stessi ma riducono il popolo in schiavitù. Battiamoci per liberare il mondo, per abbattere le barriere nazionali, per eliminare l'ingordigia, l'odio e l'intolleranza. Battiamoci per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso conducano alla felicità di tutti. Soldati uniamoci in nome della democrazia!
Hannah, mi senti? Ovunque tu sia, alza gli occhi! Alza gli occhi, Hannah! Le nubi si disperdono! E torna il sole! Usciamo dalle tenebre alla luce! Entriamo in un mondo nuovo, un mondo più buono, dove gli uomini saranno superiori alla loro ingordigia, al loro odio e alla loro brutalità. Alza gli occhi, Hannah! L'anima dell'uomo ha messo le ali e finalmente egli comincia a volare. Vola nell'arcobaleno, nella luce della speranza. Alza gli occhi, Hannah! Alza gli occhi!" (da C. Chaplin, La mia autobiografia, trad. it. Milano 1977, pp. 424-25).
Sa Chi Sa Che Nulla Sa
Non Sa Chi Sa Che Sa
Sol Chi Sa Che Nulla Sa
Ne Sa Piú Di Chi Ne Sa

..che ci facciamo ancora seduti?
..suvvia..nei boschi a cercare le lucciole...
L' efficienza di una lampadina di casa è solo del 5%. Questo significa che solamente un ventesimo dell' energia entrante viene convertita in luce, mentre il resto si disperde come calore. L'efficienza della bioluminescenza è del 95%: quasi tutta l' energia viene convertita tramite un processo biochimico. La luce emessa non produce quasi alcun calore; i coleotteri emettono una luce cosiddetta fredda.
Le lucciole sono gli unici animali terrestri che emettono luce. Come le nostre lampadine, la lanterna della lucciola è composta di tre parti. Uno strato con funzione di riflettore evita che la luce entri nel corpo. Le cellule di questo strato contengono minuscoli cristalli di sali che riflettono la luce. Nelle cellule che producono la luce, un elevato numero di mitocondri (la centrale elettrica delle cellule) producono l' energia. Infine uno strato trasparente può essere paragonato al vetro delle nostre lampadine, e racchiude l' organo fotogeno. La luce stessa viene prodotta dall' ossidazione o disidratazione di una sostanza chimica, la luciferina, per opera dell' enzima luciferase. Le lucciole che emettono segnali luminosi intermittenti si trovano nei tropici e in tutta l’Europa centrale e meridionale; molte rare in Europa settentrionale.Il dimorfismo sessuale è particolarmente marcato nelle lucciole. Il maschio ha vere e proprie ali, ricoperte di uno strato protettivo marrone e leggermente corrugato in senso verticale. Le ali delle femmine sono invece ridotte a minuscole squame, che non permettono di sollevarsi in volo e che lasciano intravedere i segmenti del corpo. Sulla parte ventrale dell’ultimo segmento si trovano gli organi luminescenti. I lampiridi sono tra i rari animali sulla terra che emettono luce. In tutti gli stadi di sviluppo, questa specie è dotata di organi che emettono luce e che sono poi usati dagli adulti per trovare il partner. La luce viene generata tramite un materiale luminescente chiamato luciferina. Il segnale intermittente viene emesso solo dai maschi rivali che volano al buio cercando di attrarre l’attenzione di una potenziale sposa. Le 2000 speci di questa famiglia si differiscono dal ritmo dei messaggi d’amore che emettono. “Si tratta di ritmi molto precisi”, spiega la biologa Sara Lewis della Tufts University di Medford, Massachussets. “Ogni specie ha il proprio codice.”
Le larve delle lucciole si nutrono di chiocciole e piante. Anche le larve emettono una luce, ma molto debole.
Volano solo i maschi. Gli adulti non mangiano più e i maschi muoiono poco dopo l’accoppiamento. Le femmine sopravvivono per un paio di giorni, il tempo di deporre le uova nella terra.
Fonte: Banca Dati Insecta Harlequin, Svizzera e Naturschutzbund (NaBu), Germania. Dr. Jiri Zahradnik, Dausien’s libro sugli insetti.
Mi documento ulteriormente e scopro che...
Ricercatori britannici del National Medical Laser Centre dell’University College di Londra, guidati da Theodossis Theodossiou, sostengono che le lucciole potrebbero rappresentare una efficace arma per combattere le patologie tumorali. Con lo scopo di provocare una concatenazione di eventi che potrebbero combattere i tumori, i ricercatori hanno impiantato il gene della lucciola, responsabile dell'attivazione di luce bioluminescente, all'interno di una cultura di cellule tumorali modificate.
L'innesco di questa sorgente luminescente, nota come sorgente luciferina, ha conferito brillantezza alle cellule modificate, ricalcando esattamente la dinamica luminescente delle lucciole. Dopo aver aggiunto un agente fotosensibilizzatore, i ricercatori hanno potuto osservare che la combinazione ottenuta è risultata letale. Le cellule del tumore sono state modificate in modo da esprimere il gene luciferasi delle lucciole e poi incubate con luciferina in laboratorio. Le cellule sono così diventate lampade in miniatura, emettendo la luce necessaria alla loro distruzione. In pratica, si è dimostrato che è la sorgente luminosa generata dalle stesse cellule del tumore ad innescare la propria distruzione.
Con la tecnica BLADe ( BioLuminescence Activated Destruction of cancer ) si potrebbe ulteriormente affinare la terapia fotodinamica, una cura mirata che utilizza lampi luminescenti per attaccare le cellule malate vicino la superficie dell'epidermide oppure degli organi interni. La terapia fotodinamica prevede anche il trattamento delle cellule tumorali con un fotosensibilizzatore e poi l'esposizione a fasci laser o altre tipologie di raggi esterni. Ne consegue la produzione di specie attive di ossigeno che possono sopprimere le cellule malate.
Tuttavia, per raggiungere le cellule malate, le sorgenti luminescenti esterne riescono a passare solo attraverso una minuscola quantità di tessuti. La sperimentazione della tecnica BLADe ha avuto come scopo quello di tentare di curare tumori più in profondità, innescando il fascio luminoso all'interno delle cellule malate. La ricerca è stata divulgata dal periodico “Cancer Research”.

Souvent, pour s'amuser, les hommes d'équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.
A peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d'eux.
Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule !
Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid !
L'un agace son bec avec un brûle-gueule,
L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait !
Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer ;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher.
L'albatros, Charles Baudelaire - Les fleurs du mal, 1859
