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From outer Space

From outer Space

Abeti. Abeti a decorare il paesaggio. A plasmare l’animo e a riempirlo di verde. L’orizzonte si intravede tra il dolce dondolarsi delle foglie. Ed é giá vita. Al di lá della salita. É lí. La intravedo, piccola ed accogliente. Calda. Fa venir voglia di annullarcisi. Silenzio. Di quelli che parlano. Profonditá nel silenzio. Comprensione quasi. Sintonia. Empatia. Legame. Vento fresco si insinua nei pensieri fragili in balia di paure tanto lontane da non poterle afferrare. Un vortice di folli idee sfumate si accinge ad impadronirsi del momento che sta per terminare. Va via cosí come é arrivato. Senza dir nulla. Senza colpo ferire. Se non nell’intimo delle tue sensazioni. E sei ancora solo con te stesso. Ancora una volta. Come un’abitudine. Piccoli gesti e parole e sguardi si perdono ormai nel disequilibrio razionale che si approfitta di te e ti lacera dentro. E sei solo tu. É un invito fallito il tuo. Spaventato. Di ritorno. Ti riavvolgi. E ti richiudi. Riaprirsi solo nell’inganno di un fucile di bolle di sapone che scompaiono a prima vista e ti resta il ricordo del tatto. Ahi. Correre. Correre. Correre. Cadere. Rialzarsi e lasciarsi andare come in alta marea. Travolgente. E poi..e  poi cedi  al richiamo di tenerezza e ti sorprendi lucido a girovagare nei meandri della mente. Ancora una volta pensi ad altro. Vano il tentativo. Impossibile. Ritorni a correre a perdi fiato contro corrente. E va bene cosí. La giostra é impazzita e non sai come scendere. “Il mediatore fra cervello e mani é il cuore”. Rammenti. E vorresti gettarlo via dal treno e lanciarlo “nel regno dove buongiorno vuoldire buongiorno”. Urli sottovoce e fai finta di niente.

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