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Spore

I MiEi CaNTi

I MiEi CaNTi

I miei canti sono schiere di loto:

dove sono nati

non sono rimasti.

Sono senza radici,

ma hanno foglie e fiori.

Con la gioia della luce

danzano sulle onde delle acque.

Sono senza casa e senza raccolto,

come ospiti sconosciuti

s’ignora quando arrivano.


Quando viene luglio

su nubi indomabili,

sotto l’impeto della corrente

straripano le due rive:

la schiera dei miei loto,

indomabili, irrequieti,

sulle rapide impetuose

smarriscono la via.

Si disperdono di villaggio in villaggio,

in flussi e riflussi

da un luogo all’altro

in ogni direzione.

Rabindranath Tagore

Surul, 12 gennaio 1915

da Balaka

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YeStErDaY

YeStErDaY

 

-Mamma?-

-Yes my child.-

-Why am I not a bird?-

-A  bird?-

-Yes, a bird.-

-What do you mean, my daughter?-

-Why can’t I fly like a bird?-

-Because you are not a bird. Because you are you.-

-What if I was a bird?-

-You’re not a bird.-

-But, if I was a bird…

If you were a bird, we could fly…

and be there quickly and not have to walk so far...-

 

Gridare.

E Allora Vorrei Gridare.

Perdermi Nell’ Oceano.

E gridare.

E Incontrarti li, nei fondali, tra le pieghe del tempo e dello spazio.

Riemergere e respirare a pieni polmoni.

A pieni polmoni.

Forse adesso, puoi.

Un incontro di menti, l’amicizia. La nostra.

Hai fatto capolino ieri, mi hai sussurrato di rimettere la fascia. Incredibile.

So che sei stata tu.

So che quelle immagini le vedrai.

Mi parli e ti ascolto.

 

 

Solo

agli

sguardi

é concesso

disperdersi

nell’aria.

 

 

 

 

 

South African Women's Day

South African Women's Day

 

"The Demand of the Women of South Africa for the Withdrawal of Passes for Women and the Repeal of the Pass Laws,"

Petition presented to the Prime Minister, Pretoria, 9 August 19561

We, the women of South Africa, have come here today. We represent and we speak on behalf of hundreds of thousands of women who could not be with us. But all over the country, at this moment, women are watching and thinking of us. Their hearts are with us.

We are women from every part of South Africa. We are women of every race, we come from the cities and the towns, from the reserves and the villages. We come as women united in our purpose to save the African women from the degradation of passes.

For hundreds of years the African people have suffered under the most bitter law of all - the pass law which has brought untold suffering to every African family.

Raids, arrests, loss of pay, long hours at the pass office, weeks in the cells awaiting trial, forced farm labour - this is what the pass laws have brought to African men. Punishment and misery - not for a crime, but for the lack of a pass.

We African women know too well the effect of this law upon our homes, our children. We, who are not African women, know how our sisters suffer.

Your Government proclaims aloud at home and abroad that the pass laws have been abolished, but we women know this is not true, for our husbands, our brothers? our sons are still being arrested, thousands every day, under these very pass laws. It is only the name that has changed. The ’’reference book" and the pass are one.

In March 1952, your Minister of Native Affairs denied in Parliament that a law would be introduced which would force African women to carry passes. But in 1956 your Government is attempting to force passes upon the African women, and we are here today to protest against this insult to all women. For to us an insult to African women is an insult to all women.

We want to tell you what the pass would mean to an African woman, and we want you to know that whether you call it a reference book, an identity book, or by any other disguising name, to us it is a PASS . And it means just this:-

  • That homes will be broken up when women are arrested underpass laws
  • That children will be left uncared for, helpless, and mothers will be torn from their babies for failure to produce a pass
  • That women and young girls will be exposed to humiliation and degradation at the hands of pass-searching policemen
  • That women will lose their right to move freely from one place to another.

In the name of women of South Africa, we say to you, each one of us, African, European, Indian, Coloured, that we are opposed to the pass system.

We voters and voteless, call upon your Government not to issue passes to African women.

We shall not rest until ALL pass laws and all forms of permits restricting our freedom have been abolished.

We shall not rest until we have won for our children their fundamental rights of freedom, justice, and security.


1. In 1955 the then Minister of Native Affairs stated "African women will be issued with passes as from January 1956". The law had been amended in 1950 to enable the government to introduce passes for women. Up until then only African men had been obliged to carry passes.

A women’s anti-pass movement immediately began to grow. The first big protest against the pass laws took place in October 1955. Protests grew all over the country and culminated in a mass demonstration at the Union Buildings, Pretoria, on 9 August 1956 - the day that has since be designated as "Women’s Day" in South Africa.

Hundreds of thousands of signatures on petition forms such as the above were deposited at the office of the Prime Minister who, of course, was not available to receive them.

 

On ThE RoAd

On ThE RoAd

Esiste una strada che non può essere percorsa da nessuno all’infuori di te.

Dove conduce?

Non domandare.

Seguila.

(F. Nietsche)

 

CiCLi.

CoMe L’aZoTO.

Proprio Come il TeTriS

Proprio Come il TeTriS

Proprio come il tetris. La vita. Scendon giú i pezzi e bisogna avere la prontezza, la sveltezza e l’istinto di farli scivolar gravitazionalmente piano e incastrarli nel posto giusto, al momento giusto. Proprio come il tetris. E se per sbaglio, per una qualche svista o per una scelta diversa, quel pezzo non lo infili al suo posto, rimane un vuoto. Se ne sta li fermo, sembra aspetti il prossimo pezzo per essere riempito. Ma quello poche volte arriva. E se arriva puó crearne altre di caselle mancanti, incolmabili. E allora non resta che cercare di sistemare bene gli incastri, da quel vuoto in poi. Utilizzi il tuo sesto senso anche se dall’alto, man mano che il tempo passa, i pezzi scendon giú via via con piú velocitá, ritmati dalla voglia di andare al proprio posto, quello giusto si spera. E quando credi di poter utilizzare proprio quel mattoncino che vedi arrivare e che riponi nell’angolo, ecco che il prossimo pezzo era quello che davvero faceva al caso tuo. Sembra essere perso ma ce ne sará sempre un altro che scenderá giú quando ormai non ti serve piú. Nuovi incastri si sono creati e con quelli vai avanti. Alcuni vuoti si sono colmati, altri rimangono li indelebili e sembra proprio che si sentano meglio anche loro. Alla fine anche se qualche pezzo lo hai smarrito o non lo hai sfruttato, rimane il fatto che sei stato tu l’artefice della tua partita. É tua.

 

Nelle cuffie nuova musica, nella mente irrisorie e confuse domande alle quali il cervello si rifiuta di rispondere. Nella pelle profumo di mare. Nel cuore, spine che piano piano smussano gli angoli e si trasformano in carezze. Sulla punta delle mani il tatto di un batuffolo di bambagia. Tra le dita dei piedi sabbia che scivola via e si nasconde. Lungo la schiena un brivido. Sulla lingua liquido che evapora lentamente. Piano. Un piano che suona. In scena. Si apre il sipario. Dietro la tenda rossa, adagiato su una sedia un sax. Aspetta il suo musicante. Come sempre. Nella sala sguardi imbarazzati. Occhi stupiti. Bocche che sbadigliano e menti girovaghe. Aspettano. Eterna attesa. É musica. Finalmente. Le timide note  si annidano tra gli spettatori, ne sfiorano l’anima e si adagiano proprio lí. Nelle vene scorre lo stesso sangue di sempre, solo piú vivo. Piú rosso. Piú caldo. Una porta si apre e una scia di luce illumina la scena. Sembra che lo spettacolo sia finito ma gli strumenti sono impazziti e continuano a suonare imperterriti. Nessuno piú li puó fermare. Parlano tra loro. Litigano. Fanno la pace, fanno l’amore, dormono, si risvegliano e continuano a suonare. Fuori piove. Un temporale estivo. Indiscutibile e insostituibile odore che lascia la pioggia. Sulla terra bagnata. Il teatro é oramai vuoto.¨Il sax é ancora li. Adagiato. Che aspetta. E nel frattempo ha suonato il pezzo piú bello che abbia mai sentito.

HaiKU

HaiKU

"Hay una sola

aspirina del alma

y es el amor"

 

Mario Benedetti

L'uomo dal fiore in bocca

L'uomo dal fiore in bocca

Persone del dialogo

L’uomo dal fiore in bocca
Un pacifico avventore

N. B. - Verso la fine, ai luoghi indicati, sporgerà due volte il capo dal cantone un’ombra di donna, vestita di nero, con un vecchio cappellino dalle piume piangenti.

Si vedranno in fondo gli alberi d’un viale, con le lampade elettriche che traspariranno di tra le foglie. Ai due lati, le ultime case d’una via che immette in quel viale. Nelle case a sinistra sarà un misero Caffè notturno con tavolini e seggiole sul marciapiede. Davanti alle case di destra, un lampione acceso. Allo spigolo dell’ultima casa a sinistra, che farà cantone sul viale, un fanale anch’esso acceso. Sarà passata da poco la mezzanotte. S’udrà da lontano, a intervalli, il suono titillante d’un mandolino.

Al levarsi della tela, l’Uomo dal fiore in bocca, seduto a uno dei tavolini, osserverà a lungo in silenzio l’Avventore pacifico che, al tavolino accanto, succhierà con un cannuccio di paglia uno sciroppo di menta.

L’uomo dal fiore: Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è... Ha perduto il treno?
L’avventore: Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.
L’uomo dal fiore: Poteva corrergli dietro!
L’avventore: Già. E` da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non avessi tutti quegli impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini... Più carico d’un somaro! Ma le donne - commissioni... commissioni... - non la finiscono più. Tre minuti, creda, appena sceso di vettura, per dispormi i nodini di tutti quei pacchetti alle dita; due pacchetti per ogni dito.
L’uomo dal fiore: Doveva esser bello! Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.
L’avventore: E mia moglie? Ah sì! E le mie figliuole? E tutte le loro amiche?
L’uomo dal fiore: Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.
L’avventore: Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggiatura!
L’uomo dal fiore: Ma sì che lo so. Appunto perché lo so.

Pausa

Dicono tutte che non avranno bisogno di niente.
L’avventore: Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per risparmiare. Poi, appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, più brutto è, più misero e lercio, e più imbizzarriscono a pararlo con tutte le loro galanterie più vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto è la loro professione... - «Se tu facessi una capatina in città, caro! Avrei proprio bisogno di questo... di quest’altro... e potresti anche, se non ti secca (caro, il «se non ti secca») ... e poi, giacché ci sei, passando di là...» - Ma come vuoi, cara mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? - «Uh, ma che dici? Prendendo una vettura...» - Il guajo è che, dovendo trattenermi tre ore sole, sono venuto senza le chiavi di casa.
L’uomo dal fiore: Oh bella! E perciò?

L’avventore: Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione; me ne sono andato a cenare in trattoria; poi, per farmi svaporar la stizza, a teatro. Si crepava dal caldo. All’uscita, dico, che faccio? Sono già le dodici; alle quattro prendo il primo treno; per tre orette di sonno, non vale la spesa. E me ne sono venuto qua. Questo caffè non chiude, è vero?
L’uomo dal fiore: Non chiude, nossignore.

Pausa

E così, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione?
L’avventore: Perché me lo domanda? Non vi stanno forse sicuri? Erano tutti ben legati...
L’uomo dal fiore: No, no, non dico!

Pausa

Eh, ben legati, me l’immagino: con quell’arte speciale che mettono i giovani di negozio nell’involtare la roba venduta...

Pausa

Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rossa, levigata... ch’è per se stessa un piacere vederla... cosi liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza... La stendono sul banco e poi con garbo disinvolto vi collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben piegata. Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l’altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di più per amore dell’arte; poi ripiegano da un lato e dall’altro a triangolo e cacciano sotto le due punte; allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legare l’involto, e legano cosi rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d’ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.
L’avventore: Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio.
L’uomo dal fiore: Io? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta... quel bordatino... quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo.

Pausa

Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio... Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista... immaginando... - uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un’idea.

Pausa. - Poi, cupo, come a se stesso:

Ma mi serve. Mi serve questo.
L’avventore: Le serve? Scusi... che cosa?
L’uomo dal fiore: Attaccarmi cosi - dico con l’immaginazione - alla vita. Come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata.

Pausa

Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione: - aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri... - ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea. Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello; ci vivo; mi ci sento proprio, fino ad avvertire... sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia. - Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo più, perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sì...
L’avventore: Sì, perché... dico, deve essere un bel piacere codesto che lei prova, immaginando tante cose...
L’uomo dal fiore: (
con fastidio, dopo averci pensato un po’). Piacere? Io?
L’avventore: Già... mi figuro...
L’uomo dal fiore: Mi dica un po’. E` stato mai a consulto da qualche medico bravo?
L’avventore: Io no, perché ? Non sono mica malato!
L’uomo dal fiore: Non s’allarmi! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per essere visitati.
L’avventore: Ah, sì. Mi toccò una volta d accompagnare una mia figliuola che soffriva di nervi.
L’uomo dal fiore: Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale...

Pausa

Ci ha fatto attenzione? Divano di stoffa scura, di foggia antica... quelle seggiole imbottite, spesso scompagne... quelle poltroncine... E` roba comprata di combinazione, roba di rivendita, messa lì per i clienti; non appartiene mica alla casa. Il signor dottore ha per sé, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto, ricco, bello. Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel salotto portata qua nella sala dei clienti a cui basta questo arredo cosi, alla buona, decente, sobrio. Vorrei sapere se lei, quando andò con la sua figliuola, guardò attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette seduto, aspettando. L’avventore: Io no, veramente...
L’uomo dal fiore: Eh già; perché non era malato..

Pausa

Ma neanche i malati spesso ci badano, compresi come sono del loro male.

Pausa

Eppure, quante volte certuni stanno li intenti a guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su cui stan seduti! Pensano e non vedono.

Pausa

Ma che effetto fa, quando poi si esce dalla visita, riattraversando la sala, il rivedere la seggiola su cui poc’anzi, in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo seduti! Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch’esso col suo male segreto; o là, vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a occuparla.

Pausa

Ma che dicevamo? Ah, già... I1 piacere dell’immaginazione. - Chi sa perché, ho pensato subito a una seggiola di queste sale di medici, dove i clienti stanno in attesa del consulto!
L’avventore: Già... veramente...
L’uomo dal fiore:. Non vede la relazione? Neanche io.

Pausa

Ma è che certi richiami d’immagini, tra loro lontane, sono cosi particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze cosi singolari, che l’uno non intenderebbe più l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più illogico, spesso, di queste analogie.

Pausa

Ma la relazione, forse, può esser questa, guardi: - Avrebbero piacere quelle seggiole d’immaginare chi sia il cliente che viene a sedere su loro in attesa del consulto? che male covi dentro? dove andrà, che farà dopo la visita? - Nessun piacere. E cosi io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse sono là, povere seggiole, per essere occupate. Ebbene, è anche un’occupazione simile la mia. Ora mi occupa questo, ora quello. In questo momento mi sta occupando lei, e creda che non provo nessun piacere del treno che ha perduto, della famiglia che lo aspetta in villeggiatura, di tutti i fastidi che posso supporre in lei.
L’avventore: Uh, tanti, sa!
L’uomo dal fiore: Ringrazii Dio, se sono fastidi soltanto.

Pausa

C’è chi ha di peggio, caro signore.

Pausa

Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma cosi, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi... anzi... per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla.

Con cupa rabbia:

E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempi continui, a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la viviamo, è cosi sempre ingorda di se stessa, che non si lascia assaporare. I1 sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. I1 gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua... a queste noje... a tante stupide illusioni... insulse occupazioni... Sì, sì. Questa che ora qua è una sciocchezza... questa che ora qua è una noja... e arrivo finanche a dire, questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura... sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà... che gusto, queste lagrime... E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla... specialmente quando si sa che è questione di giorni. .

A questo punto dal cantone a destra sporgerà il capo a spiare la donna vestita di nero.

Ecco... vede là? dico là, a quel cantone... vede quell’ombra di donna? - Ecco, s’è nascosta!
L’avventore: Come ? Chi. . . chi era ?...
L’uomo dal fiore: Non l’ha vista? S’è nascosta.
L’avventore: Una donna?
L’uomo dal fiore: Mia moglie, già.
L’avventore: Ah! la sua signora ?
L’uomo dal fiore: (dopo una pausa). Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda, d’andarla a prendere a calci. Ma sarebbe inutile. E` come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che più lei le prende a calci, e più le si attaccano alle calcagna.

Pausa

Ciò che quella donna sta soffrendo per me, lei non se lo può immaginare. Non mangia, non dorme più. Mi viene appresso, giorno e notte, così, a distanza. E si curasse almeno di spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti. - Non pare più una donna, ma uno strofinaccio. Le si sono impolverati per sempre anche i capelli, qua sulle tempie; e ha appena trentaquattro anni.

Pausa

Mi fa una stizza, che lei non può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia: - Stupida! - scrollandola. Si piglia tutto. Resta li a guardarmi con certi occhi... con certi occhi che, le giuro, mi fan venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla. Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi a distanza.

Di nuovo a questo punto, la donna sporgerà il capo.

Ecco, guardi... sporge di nuovo il capo dal cantone.
L’avventore: Povera signora!
L’uomo dal fiore: Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch’io me ne stessi a casa, quieto, tranquillo, a coccolarmi in mezzo a tutte le sue più amorose e sviscerate cure; a godere dell’ordine perfetto di tutte le stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c’era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola del salotto da pranzo. - Questo vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l’assurdità... ma no, che dico l’assurdità! la màcabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede possibile che le case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di li a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene tranquille sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale. Case, perdio, di pietra e travi, sene sarebbero scappate! Immagini i cittadini di Avezzano, i cittadini di Messina, spogliarsi placidi placidi per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, mettere le scarpe fuori dell’uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti. - Le sembra possibile?
L’avventore: Ma forse la sua signora...
L’uomo dal fiore: Mi lasci dire ! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso... Lei passa per via; un altro passante, all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: «Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso ». E con quelle due dita protese, la piglia e butta via... Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l’hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano quieti e tranquilli a ciò che faranno domani e doman l’altro. Ora io,

si alzerà.

caro signore, ecco... venga qua...

lo farà alzare e lo condurrò sotto il lampione acceso.

qua sotto questo lampione... venga... le faccio vedere una cosa... Guardi, qua, sotto questo baffo... qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo... più dolce d’una caramella: - Epitelioma, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: epitelioma... La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m’ha detto: - «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!»

Pausa

Ora mi dica lei, se con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e quieto, come quella disgraziata vorrebbe.

Pausa

Le grido: - Ah sì, e vuoi che ti baci? - «Sì, baciami» - Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l’altra settimana, s’è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m’ha preso la testa e mi voleva baciare... baciare in bocca... Perché dice che vuol morire con me.

Pausa

È pazza...

Poi con ira:

A casa io non ci sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io, ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché, lei capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro... lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco... cavare la rivoltella e ammazzare uno che come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno...

Riderà.

No no, non tema, caro signore: io scherzo!

Pausa

Me ne vado.

Pausa

Ammazzerei me, se mai...

Pausa

Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia lei? con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo... come due labbra succhiose... Ah, che delizia!

Riderà. - Pausa

Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura.

Pausa

Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra...

Pausa

E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. - All’alba, lei può fare la strada a piedi. - I1 primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò.

Pausa

Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando.

Riderà. Poi:

Buona notte, caro signore.

E s’avvierà, canticchiando a bocca chiusa il motivetto del mandolino lontano, verso il cantone di destra; ma a un, certo punto, pensando che la moglie sta li ad aspettarlo, volterà e scantonerà dall’altra parte, seguito con gli occhi dal pacifico avventore quasi basito.

 

 

 

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Contro la stupiditá

 

gli stessi déi lottano invano.

 

Friedrich von Schiller

    

 

            ...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Zinnia EleGanS wItH BoMBus

Zinnia EleGanS wItH BoMBus

 

"Quelle sue cosce color madreperla

rimasero forse un fiore non colto.

Ma che la baciai questo si lo ricordo

con il cuore ormai sulle labbra.."

 

"Dando un profundo suspiro, me contestó: “Busco flores y no las encuentro.” “Lo creo—repuse sonriendo—; ahora no es tiempo de flores.” “Hay muchas—añadió, acercándose a mí—. En mi jardín tengo rosas y dos especies de madreselvas... Una me la regaló mi padre; ésta crece con la rapidez que los hierbajos, y, sin embargo, hace dos días que busco una y no la encuentro. También aquí hay flores en todo tiempo: las hay amarillas, azules, rojas... y hay centenares que son unas florecillas muy lindas. Pues en vano las busco, no encuentro una siquiera.”

VoLo LiBeRo

VoLo LiBeRo

 

É meglio una piccola veritá

che una grande bugia.

 

Galileo Galilei

SiLeNcE

SiLeNcE

Si fermó all’improvviso e si passó la mano sulla fronte quasi a scacciar via la tensione accumulata durante gli ultimi giorni.Una brezza fresca e leggera giunse a rasserenare i pensieri e a rinvigorire le parole.Disse: -cosa fai stasera?-..lo sguardo fisso nei suoi occhi, eloquente e deciso. Dall’altra parte del cancello, al di lá dell’inferriata ossidata e arrugginita, una voce dolce musicó l’intorno-Vengo da te e facciamo l’amore tutta la notte- Occhi che scrutano occhi, scambi di pensieri silenziosi..l’appuntamento era fissato. Anche gli ioni del metallo si liberarono dal legame che li teneva stretti e iniziarono a danzare nell’aria. E la luna fece capolino.

EnOtRiA

EnOtRiA

« ...il mare la ricinge quasi d'abbraccio amoroso ovunque l'Alpi non la ricingono: quel mare che i padri dei padri chiamarono Mare Nostro. E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa in quel mare Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole dove natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d'anime parlan d'Italia »

G. Mazzini
  

"Si de algo soy rico es de perplejidades y no de certezas."

"Si de algo soy rico es de perplejidades y no de certezas."

 

 

 

"Siempre imaginé que el Paraíso

sería algún tipo de biblioteca."

 

Jorge Luis Borges

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TaBuLa RaSa

TaBuLa RaSa

"Ciò che è, e ciò che non è spiegato dalla scienza."

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onamartnoc

onamartnoc

 

"Siempre

 

ando

 

a contramano

 

por la calle

 

del deseo"

 

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